venerdì 4 gennaio 2008

Sulla strada del danno


Pensieri sulla "Riduzione del Danno" come strategia
per il recupero di tossicodipendenti.

Nel "Mito di Sisyphus" di Camus, gli Dei hanno condannato Sisyphus a spingere incessantemente una roccia verso la cima di una montagna, da dove la pietra rotola nuovamente a causa del suo peso. Hanno pensato a ragione che non esiste punizione più orrenda di un lavoro futile e senza speranze. Sisyphus diviene il lavoratore futile dell'aldilà, l'eroe assurdo. Altrettanto è la persona in cura che adotti la strategia della "Riduzione del Danno" (HR come in Harm Reduction) nella strada, spesso in salita, verso il recupero. Egli è condannato come Sisyphus a ripetere il processo senza speranza fino ad una ricaduta. Indulgere con stravaganza in una strategia di HR significa troppo spesso giocare una partita mortale di acquiscenza, di osservanza, cedendo spesso al credo che la persona in recupero valga meno del suo massimo.Un problema basilare nella mente già ottenebrata del tossicodipendente.
Superare una dipendenza, sia essa droga, alcool, il gioco o troppo cibo richiede sempre accettazione ed il vivere in grande sincerità. Al centro di ogni dipendenza c'è il vecchio dolore anestetizzato in cerca di essere rilasciato. Alcune sostanze chimiche ed atteggiamenti auto-distruttivi rinforzano la bugia e rendono più difficile il correggerla. Accettare la penosa verità, invece di fuggire da essa, rappresenta l'inizio della sobrietà. Nient'altro funziona.
La verità ha il potere di curare, proteggere e di guidare. Vivere nella verità significa vivere liberi ed al meglio. Il semplice fatto di usare anche "soltanto un po'" di droga come fumare uno spinello (per un dipendente da alcool o da eroina in recupero), giocare alle slot-machine invece che a pocker come è diventato oggi popolare (per un giocatore con problemi), crea dei corto circuiti neurologici che sfociano in deformazioni mentali, fisiche e spirituali.E' in diretta contrapposizione con quel riconoscimento della realtà "ad occhi aperti" richiesto dal recupero.
Il nemico del recupero è lo stress. Usare "soltanto un po'", oppure sostituire con dei farmaci o degli atteggiamenti in apparenza innocui, blocca la chiarezza ed aumenta lo stress. Obiettivi familiari vengono allontanati, distorti o persi. Sensazioni fisiche indesiderate si manifestano. Nella mente avviene un cambiamento biochimico che risveglia desideri, morsi e voglie a cui è difficile resistere.Spiritualmente avviene una disconnessione, chiamatela un anima traditrice. Nasce un disastro. Avviene una perdita di significato che crea di nuovo quella condizione di stress che il dipendente (sesso, alcool, cibo, droga, etc.) cercava di allontanare fin dall'inizio.
Ad ogni persona in un piano di recupero di lunga durata, ad ogni buon terapeuta o sponsor dei 12 passi, questi pensieri ricordano a ragione una sensazione di paura. Questa "malattia della dipendanza" (finalmente riconosciuta dall'Associazione Medica Americana nel 1976), una malattia da curare, spesso porta alla morte. Io ne sono stato sfortunato testimone ben troppe volte. Il mio compagno di tennis favorito che era anche un brillante studente di legge e pianista, un affarista di successo e più di recente due lontani parenti, sono ormai tra gli esempi purtoppo non viventi.Oso dire che chiunque sia vicino a questi problemi conosce le terribili conseguenze della dipendenza. Sono abbastanza serie da non scherzarci con approcci a metà. HR è soltanto questo.
L'intero processo di recupero va al di là dello scopo di questa riflessione ma mi pentirei se non includessi qualche commento sulle tre componenti da identificare sulla persona da recuperare. Un essere umano "completo", meglio chiamato "auto-motivato" o "auto-realizzato" è il vero obiettivo del recupero. A formare questa troika di essere umano completo ci sono l'entità fisica (corpo), quella mentale (mente) e quella spirituale (anima). HR interferisce con l'integrazione di questi componenti. Quelli tra noi in recupero e che trattano dipendenze sono arrivati a capire ad un livello profondo, che l'ovvio obiettivo di cura iniziale include la sanità del corpo e della mente. Comunque, in maniera meno ovvia, un principio più difficile da afferrare è anche il ruolo della cura spirituale nel recupero.Le sue variazioni sono meno scientifiche, difficili da definire e misurare e perciò meno difese da caratteri scientifici. Ma non sbagliatevi; la dipendenza è una malattia spirituale e c'è un'opportunità per una cura spirituale. HR è controindicato ed interferisce con il naturale meccanismo di cura anche poco per volta, con piccole dosi di comportamenti distruttivi di sempre. La cura spirituale, questo aspetto di noi stessi che cura, richiede il maggior tempo, richede il maggior lavoro, ed è il più difficile da afferrare. Ma come ricompensa risulta nella più grande liberazione dalle sofferenze ben conosciute dal tossicodipendente.
All'interno dello stupefacente reame della spiritualità ci sono energie segrete, creatività e ritmi dell'esistenza e delle loro interconnessioni che risvegliano una voce interiore che porta qualcosa di magico all'approccio tradizionale dello stare bene. Bisogna stare sobri per consentire a queste connessioni di metter radici per il futuro.
La riduzione del danno può sembrare una strategia a breve termine, un non pericoloso sollievo per lo stress della vita, ma invece è un pericoloso precedente da non offrire mai come possibilità per il recupero. Mentre siedo in una cella di prigione, la mia esperienza mi dice che sarebbe meno pericoloso rubare un salmone dalla bocca di un Grizzly. Dimenticatevene.


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